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Il padrone di casa m’invitò a bere il tè. Nel sedere a tavola gettai un’occhiata al vólto della fanciulla, che mi porgeva il bicchiere, e d’un tratto sentii che m’era córso sull’anima come un vento e ne aveva soffiato via tutte le impressioni della giornata con la loro uggiosità e la polvere. Io scorsi le fattezze ammalianti del più bello tra i vólti che mai avessi incontrato nella veglia o veduto in sogno. Davanti a me stava una bellezza, e io lo capii fin dal primo sguardo, come capisco la folgore.

Sono pronto a giurare che Macha, o, come la chiamava il padre, Mascia, era un’autentica bellezza, ma dimostrarlo non saprei. Accade a volte che le nuvole si affollano in disordine all’orizzonte, e il sole, celandovisi dietro, le tinge, e il cielo con esse, di tutti i colori possibili: porporino, arancione, dorato, violaceo, rosa torbido; una nuvoletta somiglia ad un monaco, un’altra ad un pesce, una terza ad un turco col turbante. Un rosso splendore ha invaso un terzo del cielo, brilla sulla croce della chiesa e sui vetri della casa padronale, si riverbera nel fiume e nelle pozzanghere, trema sugli alberi; lontano lontano, sullo sfondo del crepuscolo, vola chi sa dove per passarvi la notte un branco di anatre selvatiche… E il pastorello che caccia avanti le vacche, e l’agrimensore che attraversa su un calessino la diga, e i signori che vanno a passeggio, tutti guardano il tramonto e tutti, fino all’ultimo, lo giudicano straordinariamente bello, ma nessuno sa, né può dire, dove stia lì la bellezza.

[…]

La bellezza della giovane armena un pittore l’avrebbe detta classica e severa. Era appunto quella bellezza la cui contemplazione, Dio sa perché, infonde in voi la certezza che vedete dei lineamenti regolari, che capelli, occhi, naso, bocca, collo, petto e tutti i movimenti di un giovane corpo si sono fusi insieme in un solo compiuto, armonico accordo, in cui la natura non s’è ingannata neppure di un minimo tratto; a voi sembra, chi sa perché, che la donna idealmente bella debba avere precisamente un naso come quello di Macha, diritto e con una piccola curva, gli stessi grandi occhi scuri, le stesse lunghe ciglia, lo stesso languido sguardo, che i suoi capelli neri, ricciuti, e le sopracciglia armonizzino col tenero candore della fronte e delle guance come i verdi giunchi col quieto fiumicello; il collo bianco di Macha e il suo giovane petto sono poco sviluppati, ma, per saperli modellare, vi sembra che occorra possedere un immenso ingegno creativo. Voi la guardate, e a poco a poco vi viene il desiderio di dire a Macha qualcosa d’insolitamente piacevole, sincero, bello, così bello come lei stessa.

[…]

Sentivo la bellezza in un certo modo strano. Non desidèri, non rapimento e non delizia suscitava in me Macha, ma una greve, benché piacevole, malinconia. Questa malinconia era indefinita, torbida come un sogno. Non so perché, provavo pena e per me, e per il nonno, e per l’armeno, e per la stessa giovane armena, e c’era in me un sentimento come se noi, tutti e quattro, avessimo perduto qualcosa d’importante e necessario per la vita che non si sarebbe ritrovato mai più.

[…]

Era quella in me invidia per la sua bellezza, o mi rincresceva che quella fanciulla non fosse mia e non sarebbe mai stata mia, e ch’io fossi per lei un estraneo, o sentivo confusamente che la sua rara beltà era casuale, non necessaria e, come tutto in terra, di breve durata, o, forse, la mia malinconia era quel particolar sentimento ch’è suscitato nell’uomo dalla contemplazione della vera bellezza? Dio lo sa!

From: Bellezze, Anton Chechov (1860-1904).

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