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In un tempo antico visse una bellissima fanciulla, figlia di un brav’uomo, superiore a ogni altra per rara avvenenza e delicatezza di costituzione. Quando giunse in età da marito tre giovani di brillanti promesse, ciascuno dei quali dimostrava le più alte qualità, chiesero la sua mano. Avendo giudicato che i tre avessero meriti eguali il padre lasciò alla figlia la decisione finale. Ma i mesi passavano e non sembrava che la ragazza sapesse ancóra decidersi. Poi un giorno improvvisamente cadde malata e in poche ore morì.

I tre giovani, uniti dal dolore, con profondissima e silenziosa angoscia trasportarono il suo corpo al cimitero e lo seppellirono. Il primo dei giovani fece del camposanto la sua dimora, trascorrendovi le notti in cordoglio e meditazione, incapace di comprendere le vie del destino che se l’era portata via. Il secondo si mise in viaggio e vagò in lungo e in largo per il mondo come fachiro, in cerca della conoscenza. Il terzo trascorreva il suo tempo consolando il padre della fanciulla morta, solo ed afflitto.

Ora accadde che il giovane diventato fachiro durante il suo peregrinare giunse in un luogo dove risiedeva un uomo che aveva fama di esperto in arti magiche. Sempre alla ricerca della conoscenza il giovane si presentò alla sua porta e venne ammesso alla tavola del padrone di casa. L’ospite lo invitò a mangiare ed egli si apprestava a consumare il pasto quando un bambinetto si mise a piangere: era il nipotino del saggio. Questi prese l’infante e lo gettò nel fuoco.

Il fachiro balzò in piedi e accingendosi a lasciare la casa gridò: «Demòni infami! Io ho avuto la mia parte di afflizione già in questo mondo, ma il crimine che avete compiuto sorpassa quanti altri sono tramandati dalla storia!». «Non darti tanto pensiero», disse il padrone di casa, «infatti cose semplici appaiono diverse quando c’è mancanza di conoscenza». Così dicendo recitò una formula, agitò uno strano emblema e il bambino venne fuori dalle fiamme, incolume.

Il fachiro mandò a memoria le parole e il disegno dell’emblema ed il mattino seguente ritornò al cimitero dov’era sepolta la sua diletta. In men che non si dica la fanciulla gli fu accanto di nuovo piena di vita. Essa ritornò dal padre mentre i giovani discutevano su chi di essi aveva meritato la sua mano.

Il primo disse: «Io ho vissuto nel camposanto, tenendomi in contatto con lei per mezzo delle mie veglie, badando che al suo spirito non venisse a mancare l’appoggio terreno».

Il secondo disse: «Ignorate il fatto che sono stato io a girare il mondo alla ricerca della conoscenza e che alla fine l’ho riportata in vita».

Il terzo disse: «Io l’ho pianta e come marito e genero sono vissuto qui, confortando suo padre e contribuendo al mantenimento di questi».

Infine si appellarono alla stessa fanciulla. Ella disse: «Quello che trovò la formula per richiamarmi in vita, è stato umanitario; quello che badò a mio padre, agì con lui come un figlio; quello che dormì accanto alla mia tomba, quello ha agito da innamorato: io lo sposerò».

La fanciulla che ritornò dal mondo dei morti (The Maiden who Came Back from the Underworld), a Sufi tale.

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