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Un re aveva due figli. Il primo aiutava le persone lavorando per loro in modo ch’esse capissero. Il secondo veniva chiamato “Pigro” perché era un sognatore, almeno per quanto potesse giudicare la gente.

Il primo dei figli guadagnò molti onori nel suo paese. Il secondo ebbe da un umile falegname un cavallo di legno e vi montò a cavalcioni. Si trattava di un cavallo magico. Trasportava il suo cavaliere, se egli era sincero, a ciò che più desiderasse.

Alla ricerca della cosa più desiderata, il giovane principe scomparve un giorno sul suo cavallo. Rimase assente per molto tempo. Dopo diverse avventure ritornò dal Paese della Luce con una bellissima principessa, e suo padre ebbe gran gioia nel vederlo sano e salvo ed ascoltò la storia del cavallo magico.

Il cavallo fu messo a disposizione di chiunque nel paese lo desiderasse. Molta gente però preferiva i benefici palpabili che le azioni dell’altro principe procuravano perché il cavallo sembrò loro sempre un giocattolo. Non riuscivano a vedere oltre l’apparenza esteriore del cavallo, apparenza poco rilevante.

Non era per loro nient’altro che un giocattolo.

Quando il vecchio re morì, il principe che “amava divertirsi con dei giocattoli” divenne re per desiderio del padre. Ma la gente in generale lo disprezzava. Preferivano di gran lunga l’emozione e l’interesse derivanti dalle scoperte del principe dal carattere pratico.

Se non ascoltiamo il principe ‘pigro’, che abbia o no con sé una principessa proveniente dal Paese della Luce, non riusciremo a guardare oltre l’apparenza esteriore del cavallo. Anche se il cavallo ci piace non è la sua forma esterna che potrà aiutarci nel viaggio verso la nostra destinazione.

Il cavallo magico (The Magic Horse), a Sufi tale.

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