Tags

, , , , , , , , , , , , , , ,

Storici, sociologi, psicologi hanno scritto molto, e con molto impegno, sul prezzo che l’uomo d’Occidente ha pagato e sta pagando per il progresso tecnologico. Affermano, per esempio, che difficilmente può sperarsi che fiorisca la democrazia nelle società in cui il progresso economico si concentra e si centralizza sempre di più.

Ma il progresso della tecnologia ha portato, e sta portando, proprio a questa centralizzazione del potere. L’apparato della produzione di massa, migliorando la sua efficienza, tende a farsi sempre più complesso e costoso, meno accessibile quindi all’imprenditore che abbia mezzi limitati. Non solo: la produzione di massa non sta in piedi senza distribuzione di massa, e la distribuzione di massa crea problemi che soltanto i grossi produttori possono risolvere adeguatamente.

Dove la produzione e la distribuzione diventano fenomeni di massa, grave è lo svantaggio dell’Uomo Piccolo, che non possiede una sufficiente riserva di capitale operante. Se entra in concorrenza con l’Uomo Grosso, perde prima i quattrini, e poi anche la qualità sua medesima di produttore indipendente; l’Uomo Grosso lo ha ingoiato. E scomparendo l’Uomo Piccolo, una quantità sempre maggiore di potere economico si riduce nelle mani di un numero sempre minore di individui.

Sotto la dittatura la Grande Impresa, resa possibile dal progresso tecnologico e dalla conseguente rovina della Piccola Impresa, cade sotto il controllo dello Stato; cioè, di un piccolo gruppo di dirigenti politici e militari, di poliziotti, di funzionari che eseguono certi ordini.

In una democrazia capitalista, come gli Stati Uniti, la Grande Impresa cade sotto il controllo di quella che il professor C. Wright Mills definisce élite al potere. Questa élite impiega direttamente la forza lavorativa di milioni di cittadini nelle sue fabbriche, nei suoi uffici, nei suoi negozi, altri milioni controlla, e anche meglio, prestando loro i soldi perché paghino i suoi prodotti; ed essendo proprietaria dei mezzi di comunicazione di massa, influenza pensieri, sentimenti e azioni di tutti, in pratica.

Parodiando una frase di Churchill potremmo dire che mai è accaduto che tanti uomini si lasciassero manipolare da un così ristretto gruppo. Siamo assai lontani dall’ideale jeffersoniano di una società veramente libera, composta da una gerarchia di unità capaci di autogovernarsi […].

Noi vediamo dunque che la tecnologia moderna ha portato alla concentrazione del potere economico e politico, e alla formazione di una società controllata (spietatamente negli stati totalitari, pulitamente, nascostamente nelle democrazie) dalla Grande Impresa e dal Gran Governo. Ma le società sono composte di individui e sono buone solo nella misura in cui aiutano gli individui a realizzare le proprie possibilità, e a condurre vita felice e creativa.

Ebbene, i progressi tecnologici di questi ultimi anni in che senso hanno agito sull’individuo? Ecco la risposta del filosofo e psichiatra dottor Erich Fromm:

«La nostra società occidentale contemporanea, nonostante il progresso materiale, intellettuale, e politico, è sempre meno capace di condurre alla sanità mentale, e tende a minare invece la sicurezza interiore, la felicità, la ragione, la capacità d’amore nell’individuo; tende a trasformarlo in un automa che paga il suo insuccesso di uomo con una sempre più grave infermità mentale, con la disperazione che si cela sotto la frenetica corsa al lavoro e al cosiddetto piacere.»

La nostra «sempre più grave infermità mentale» può esprimersi in sintomi nevrotici, palesi, quanto mai desolanti. Ma «attenti» continua il dottor Fromm «a non ridurre l’igiene mentale alla semplice prevenzione dei sintomi. I sintomi, in quanto tali, sono per noi non nemici, ma amici; dove c’è un sintomo, là è conflitto, e conflitto significa sempre che le forze vitali lottano ancora per l’integrazione e per la felicità. »

Le vittime veramente disperate dell’infermità mentale si trovano proprio fra gli individui che paiono normalissimi. «Molti di essi sono normali solo perché si sono adattati al nostro modo d’esistenza, perché la loro voce di uomini è stata messa al silenzio in età così giovane che essi nemmeno lottano, né soffrono, né hanno i sintomi del nevrotico. » Non sono normali, diciamo così, nel senso assoluto della parola; sono normali solamente in rapporto a una società profondamente anormale. Il loro perfetto adattamento a quella società anormale è la misura della loro infermità mentale.

Questi milioni di individui abnormemente normali, che vivono senza gioia in una società a cui, se fossero pienamente uomini, non dovrebbero adattarsi, ancora carezzano «l’illusione dell’individualità» ma di fatto sono stati in larga misura disindividualizzati. Il loro conformismo dà luogo a qualcosa che somiglia all’uniformità. Ma «uniformità e libertà sono incompatibili. Uniformità e salute mentale sono anch’esse incompatibili… L’uomo non è fatto per essere automa, e se lo diventa, va distrutta la base della sanità mentale».

Nel córso dell’evoluzione la natura si è adoperata in ogni modo perché ciascun individuo fosse diverso da tutti gli altri. Noi riproduciamo la nostra specie mettendo i geni del padre a contatto con quelli della madre. Questi fattori ereditari possono combinarsi in modi pressoché infiniti. Da un punto di vista fisico e mentale, ciascuno di noi è unico. Qualsiasi cultura che, nell’interesse dell’efficienza o in nome di un dogma religioso o politico, cerca di standardizzare l’individuo umano, commette un’offesa contro la natura biologica dell’uomo.

From: Ritorno al mondo nuovo (Brave New World Revisited), Aldous Huxley.

Advertisements